IL CASO
Mondadori salvata dal Fisco
scandalo "ad aziendam" per il Cavaliere
La somma dovuta dall'azienda editoriale: 173 milioni, più imposte, interessi, indennità di mora e sanzioni. Una norma
che si somma ai 36 provvedimenti "ad
personam"
fatti licenziare alle Camere dal premier. Segrate è
difesa al meglio: i suoi interessi li cura lo studio
tributario di Giulio Tremonti, nel '91
non ancora ministro. Marina Berlusconi mette da parte 8,6 milioni, in
attesa delle integrazioni al decreto. Che puntualmente
arrivano
di MASSIMO GIANNINI
Sotto i nostri occhi, distolti dalla Parentopoli
privata di Gianfranco Fini usata come arma di distruzione politica e di
distrazione di massa, sta passando
uno scandalo pubblico che non
stiamo vedendo. Questo scandalo si chiama Mondadori.
Il colosso editoriale di Segrate - di cui
il premier Berlusconi è
"mero proprietario" e la figlia Marina è
presidente - doveva al Fisco la bellezza di 400 miliardi di vecchie
lire, per una controversia iniziata nel
'91. Grazie al decreto numero 40,
approvato dal governo il 25 marzo e convertito in legge il 22 maggio, potrà
chiudere la maxi-vertenza pagando un mini-tributo:
non i 350 milioni di euro previsti
(tra mancati versamenti d'imposta, sanzioni e interessi) ma solo 8,6. E amici come prima.
Un "condono riservato". Meglio ancora, una legge
"ad aziendam". Che si somma alle 36 leggi
"ad personam"
volute e fatte licenziare dalle Camere dal Cavaliere,
in questi tumultuosi quindici anni
di avventurismo politico. Repubblica ha già dato la notizia, in splendida
solitudine, l'11 agosto scorso. Ma
ora che
il centrodestra discute di una
"questione morale" al suo interno, ora che la propaganda di regime
costruisce teoremi assolutori sul "così fan tutti" e
la macchina del fango istruisce
dossier avvelenati sulle compravendite immobiliari, è utile tornarci su. E
raccontare fin dall'inizio la storia, che descrive
meglio di ogni altra l'enormità del
conflitto di interessi del premier, il micidiale intreccio tra funzioni
pubbliche e affari privati, l'uso personale
del potere esecutivo e l'abuso
politico sul potere legislativo.
Il prologo: paura a Segrate
La vicenda inizia nel 1991, quando il marchio Mondadori, da poco entrato nell'orbita berlusconiana,
decide di varare una vasta riorganizzazione nelle province
dell'impero. Scatta una fusione infragruppo tra la stessa Arnoldo Mondadori Editore e la Arnoldo Mondadori
Editore Finanziaria (Amef). Operazioni molto
in voga, soprattutto all'epoca, per
nascondere plusvalenze e pagare meno tasse. Il Fisco se ne accorge,
scattano gli accertamenti, e le Finanze chiedono
inizialmente 200 miliardi di
imposte da versare. L'azienda ricorre e si apre il solito, lunghissimo
contenzioso. Da allora, la Mondadori vince i due round
iniziali, davanti alle Commissioni
tributarie di primo e di secondo grado. È assistita al meglio: i suoi interessi
fiscali li cura, in aula, lo studio
tributario di Giulio Tremonti, nel 1991 non ancora ministro delle Finanze (lo
diventerà nel '94, con il primo governo Berlusconi).
Nell'autunno del 2008
l'Agenzia delle Entrate presenta il
suo ricorso in terzo grado, alla Cassazione. Nel frattempo la somma dovuta
dall'azienda editoriale del presidente del
Consiglio è lievitata: 173 milioni di euro
di imposte dovute, alle quali si devono aggiungere gli interessi, le indennità
di mora e le eventuali sanzioni.
Il totale fa 350 milioni di euro,
appunto.
Se la Suprema Corte accogliesse il
ricorso, per Segrate sarebbe un salasso pesantissimo.
Soprattutto in una fase di crisi drammatica per il mercato editoriale,
affogato quanto e più di altri
settori dalla "tempesta perfetta" dei mutui subprime
che dal 2007 in poi sommerge l'economia del pianeta. Così, nel silenzio
che aleggia sull'intera vicenda e
nel circuito perverso del berlusconismo che lega la
famiglia naturale alla famiglia politica, scatta un piano con le
relative contromisure. Che non sono aziendali, secondo il principio del liberalismo
classico: mi difendo "nel" mercato, e non "dal" mercato.
Ma normative,
secondo il principio del liberismo berlusconiano: se dal mercato non mi posso difendere,
cambio le leggi. Un "metodo" collaudato, ormai, che anche sul
fronte dell'economia (come avviene
da anni su quello della giustizia) esige il "salto di qualità":
chiamando in causa la politica, mobilitando il partito
del premier, militarizzando il
Parlamento. Un "metodo" che, nel caso specifico, si tradurrà in tre
tentativi successivi di piegare l'ordinamento generale
in funzione di un vantaggio
particolare. I primi due falliranno. Il terzo centrerà l'obiettivo.
Il primo tentativo: il "pacchetto giustizia"
Siamo all'inverno 2008. Nessuno sa nulla, del braccio di
ferro che vede impegnate la Mondadori e
l'Amministrazione Finanziaria. Nel frattempo, il 13 aprile
dello stesso anno il Cavaliere ha
stravinto le elezioni, è di nuovo capo del governo, e Tremonti,
da "difensore" del colosso di Segrate in
veste di tributarista,
è diventato "accusatore"
del gruppo, in veste di ministro dell'Economia. Può scattare il primo
tentativo. E nessuno si insospettisce, quando nel mese
di
dicembre un altro ministro del Berlusconi Terzo, il guardasigilli Angelino Alfano,
presenta il suo corposo "pacchetto giustizia" nel quale, insieme al
processo breve e alla nuova
disciplina delle intercettazioni telefoniche, compare anche la cosiddetta
"definizione agevolata delle liti tributarie". Una
norma stringatissima: prevede che
nelle controversie fiscali nelle quali abbia avuto una sentenza favorevole, in
primo e in secondo grado, il contribuente
può estinguere la pendenza, senza
aspettare l'eventuale pronuncia successiva in terzo grado (cioè la Cassazione)
versando all'erario il 5% del dovuto.
È un piccolo "colpo di spugna", senz'altro. Ma è
l'ennesimo, e sembra rientrare nella logica delle sanatorie generalizzate,
delle quali i governi di centrodestra
sono da sempre paladini. In realtà,
è esattamente il "condono riservato" che serve alla Mondadori.
L'operazione non riesce. Il treno del "pacchetto
giustizia", che veicola la pillola avvelenata di
quello che poi sarà ribattezzato il "Lodo Cassazione",
non parte. La dura reazione del Quirinale, dei magistrati e dell'opposizione, sia sul
processo breve che sulle intercettazioni, costringe Alfano allo stop.
"Il pacchetto giustizia è rinviato
al prossimo anno", dichiara il Guardasigilli alla vigilia di Natale. Così
si blocca anche la "leggina" salva-Mondadori.
Ma dietro le quinte, nei primi mesi
del 2009, non si blocca il lavoro dell'inner circle del presidente del Consiglio. Il tempo stringe: la
Cassazione ha
già fissato l'udienza per il 28
ottobre 2009, di fronte alla sezione tributaria, per discutere della controversia
fiscale tra l'Agenzia delle Entrate e
l'azienda di Segrate.
Così scatta il secondo tentativo. In autunno si discute alla Camera la Legge
Finanziaria per il 2010. È il secondo "treno" in partenza,
e per chi lavora a tutelare gli
affari del premier è da prendere al volo.
Il secondo tentativo: la Finanziaria
Giusto alla vigilia dell'udienza davanti alla sezione
tributaria della Suprema Corte, presieduta da un magistrato notoriamente
inflessibile come Enrico
Altieri, accadono due fatti. Il primo fatto accade al
"Palazzaccio" di Piazza Cavour: il 27 ottobre il presidente della
Cassazione Vincenzo Carbone (che
poi risulterà pesantemente
coinvolto nello scandalo della cosiddetta P3) decide a sorpresa di togliere la
causa Agenzia delle Entrate/Mondadori alla sezione
tributaria, e di affidarla alle
Sezioni Unite come richiesto dagli avvocati di Segrate,
con l'ovvio slittamento dei tempi in cui verrà discussa. Il secondo
fatto accade a Montecitorio:
il 29 ottobre, in piena notte, il presidente della Commissione Bilancio Antonio
Azzolini, ovviamente del Pdl,
trasmette alla
Camera il testo di due emendamenti alla Finanziaria. Il
primo innalza da 75 a 78 anni l'età di pensionamento per i magistrati della
Cassazione (Carbone,
il presidente che due giorni prima ha
deciso di attribuire la causa Mondadori alle Sezioni
Unite, sta per compiere proprio 75 anni, e quindi dovrebbe lasciare
il servizio di lì a poco). Il
secondo riproduce testualmente la "definizione agevolata delle liti
tributarie" già prevista un anno prima dal
"pacchetto
giustizia" di Alfano. È di
nuovo la legge "ad aziendam", che stavolta,
con la corsia preferenziale della manovra economica,
non può non arrivare al traguardo.
Ma anche questo secondo tentativo
fallisce. Stavolta, a bloccarlo, è Gianfranco Fini. La
mattina del 30 ottobre, cioè poche ore dopo il blitz
notturno
di Azzolini,
il relatore alla Finanziaria Maurizio Sala (ex An)
avverte il presidente della Camera: "Leggiti questo emendamento che
consente a chi è in
causa con il Fisco e ha avuto
ragione in primo e in secondo grado di evitare la Cassazione pagando un obolo
del 5%: c'è del marcio in Danimarca...". Fini
legge, e capisce tutto. È
l'emendamento salva-Mondadori, con la manovra non
c'entra nulla, e non può passare. La norma salta ancora una volta. E non a
caso, proprio in quella fase,
cominciano a crescere le tensioni politiche tra Berlusconi
e Fini, che due anni dopo porteranno alla rottura. Ma
crescono
anche le preoccupazioni di Marina
sull'andamento dei conti di Segrate. Per questo il
premier e i suoi uomini non demordono, e di lì a poco tornano all'attacco.
Scatta il terzo tentativo. Siamo ai primi
mesi del 2010, e sui binari di Palazzo Chigi c'è
un terzo "treno" pronto a partire. Il 25 marzo il governo vara
il decreto legge numero 40. È il
cosiddetto "decreto incentivi", un provvedimento monstre,
dove l'esecutivo infila di tutto. Durante l'iter di conversione,
il Parlamento completa l'opera. Il
28 aprile, ancora una volta durante una seduta notturna, un altro parlamentare
del Pdl, Alessandro Pagano, ripete il
blitz, e ripresenta un emendamento
con la norma salva-Mondadori.
Il terzo tentativo: il "decreto incentivi"
Stavolta, finalmente, l'operazione riesce. Il 22 maggio le
Camere convertono definitivamente il decreto. All'articolo 3, relativo alla
"rapida definizione
delle controversie tributarie
pendenti da oltre 10 anni e per le quali l'Amministrazione Finanziaria è
risultata soccombente nei primi due gradi di giudizio",
il comma 2 bis traduce in legge la
norma "ad aziendam": "Il contribuente
può estinguere la controversia pagando un importo pari al 5% del suo valore
(riferito
alle sole imposte oggetto di
contestazione, in primo grado, senza tener conto degli interessi, delle
indennità di mora e delle eventuali sanzioni)". E
pazienza se il presidente della
Repubblica Napolitano, poco dopo, sul "decreto
incentivi" invia alle Camere un messaggio per esprimere "dubbi in
ordine
alla sussistenza dei presupposti di
straordinaria necessità ed urgenza, per alcune nuove disposizioni introdotte,
con emendamento, nel corso del dibattito
parlamentare". E pazienza se la
critica del Quirinale riguarda proprio quell'articolo 3, comma 2 bis. Ormai il gioco è
fatto. Il colosso editoriale di
proprietà del presidente del Consiglio è
sostanzialmente salvo. Per consentire alla Mondadori
di chiudere definitivamente i conti con il Fisco manca ancora
un banale dettaglio, che rende
necessario un ultimo passaggio parlamentare. Il decreto 40 non ha precisato
che, per considerare concluso a tutti gli effetti
il contenzioso, occorre la
certificazione da parte dell'Amministrazione Finanziaria.
Per questo, nel bilancio semestrale 2010 del gruppo di Segrate, presentato il 30 giugno scorso, Marina Berlusconi fa accantonare "8.653 migliaia di euro
relativi al versamento dell'importo
previsto dal decreto legge 25 marzo 2010, numero 40" sulla "chiusura
delle liti pendenti", e fa scrivere, a pagina
61, al capitolo "Altre attività correnti":
"Pur nella convinzione della correttezza del proprio operato,
e con l'obiettivo di non esporre la società a
una situazione di incertezza
ulteriore, sono state attuate le attività preparatorie rispetto al procedimento
sopra richiamato. In particolare si è proceduto
all'effettuazione del versamento
sopra richiamato. Nelle more della definizione del quadro normativo, a fronte
dell'introduzione di specifiche attestazioni
da parte dell'Amministrazione
Finanziaria previste nelle ultime modifiche al decreto, e tenuto anche conto
del fatto che gli atti necessari per il perfezionamento
del procedimento e l'acquisizione
dei relativi effetti non sono stati ancora completati, la società ha ritenuto
di iscrivere l'importo anticipato nella
posta in esame...".
Ricapitolando: la Mondadori mette da parte poco più
di 8,6 milioni di euro, cioè il 5% dei 173 che avrebbe
dovuto al Fisco (al netto
di sanzioni e interessi), in attesa
di considerare perfezionato il versamento al Fisco in base alle ultime
integrazioni al decreto che saranno effettuate
in Parlamento. E le integrazioni
arrivano puntuali, alla Camera, il 7 luglio: nella manovra 2011 il relatore
Antonio Azzolini (ancora lui) inserisce l'emendamento
finale: "L'avvenuto pagamento
estingue il giudizio a seguito dell'attestazione degli uffici
dell'Amministrazione Finanziaria comprovanti la regolarità
dell'istanza e il pagamento
integrale di quanto dovuto". Ci siamo: ora il "delitto" è
davvero perfetto. La Mondadori può pagare pochi
spiccioli, e chiudere
in gloria e per sempre la guerra
con l'Erario, che a sua volta gliene da atto rilasciandogli regolare
"quietanza".
L'epilogo: una nazione "ad personam"?
Sembra un romanzaccio di fanta-finanza
o di fanta-politica. È invece la pura e semplice cronaca di un pasticciaccio di
regime. Nel quale tutto è vero,
tutto torna e tutto si tiene.
Stavolta Berlusconi non può dire "non mi occupo
degli affari delle mie aziende": non è forse vero che il 3 dicembre 2009
(come riportato testualmente dalle intercettazioni
dell'inchiesta di Trani) nel pieno del secondo
tentativo di far passare la legge "ad aziendam"
dice
al telefono al commissario dell'Agcom Giancarlo Innocenzi "è
una cosa pazzesca, ho il fisco che mi chiede 900 milioni... De Benedetti che me
li chiede
ma ha già avuto una sentenza a
favore, 750 milioni, pensa te, e mia moglie che mi chiede 90 miliardi delle
vecchie lire all'anno... sono messo bene, no?".
Stavolta Berlusconi non può dire
che Carboni, Martino e Lombardi sono solo "quattro sfigati
in pensione": non è forse vero che nelle 15 mila pagine dell'inchiesta
delle procure sulla cosiddetta P3
la parola "Mondadori" ricorre 430 volte
(insieme alle 27 in cui si ripete la parola "Cesare") e che nella
frenetica attività
della rete criminale creata per
condizionare i magistrati nell'interesse del premier sono finiti sia il
presidente della Cassazione Carbone (cui come abbiamo
visto spettava il compito di
dirottare alle Sezioni Unite la vertenza Mondadori-Agenzia
delle Entrate) sia il presidente dell'Avvocatura dello Stato Oscar
Fiumara (cui competeva il necessario via libera a quel
"dirottamento"?).
È tutto agli atti. Una sola domanda: di fronte a un simile sfregio delle norme del diritto, un simile
spregio dei principi del mercato e un simile spreco
di denaro pubblico, ci si chiede
come possano tacere le istituzioni, le forze politiche, le Confindustrie,
gli organi di informazione. Possibile che "ad
personam",
o "ad aziendam", sia ormai diventata
un'intera nazione?
m.giannini@repubblica. It